domenica 13 giugno 2010

la decenza è un'utopia

l'arroganza di dire io c'ero.
mio fratello, adolescente ancor prima di aver raggiunto la prima decade di vita, mi accennò alla sua esperienza di facebook, appena tornato da una scuola natura nella ridente città di sestri levante, e fra controllori & tabelloni ferroviari sciorinò la sua prima esperienza di pigiama party, dove bambini impegnati s'impegnano a parlare di cocaina e sesso, mentre in sottofondo suonano gli accordi di aivogotafiling. mentre stava perdendo a una partita di calcio nel corridoio di casa contro il sottoscritto disse, fra una parata e un porcone ben meditato, che facebook è "da lobotomizzati". non avendo lui coscienza di cosa la lobotomia fosse, asportazione datata di parte di cervello dei più incontrollabili, il suo fu un appunto preciso, veritiero, quasi avesse parlato philippe daverio. le più memorabili scene de "le vite degli altri" vedono una casa violentata dai fili della Stasi, mentre Krushiov, a parte costruire gabbie per il sogno comunista, meditava un modo per tenere al guinzaglio una popolazione vergine d'intenti e puttana di sentimenti come quella slava, bella & chiusa da decenni secoli millenni. Mark Zuckenberg, intento a mangiare un big mac fra servi più vecchi di lui nella Silicon Valley, è effettivamente il figlio di un sogno stalinista mai avverato, primo e unico fautore di un database su cui giovani vergini e maschi prepuberali fanno dei link della lurida utente CaMorRa&SaNgUe insegnamenti di vita che le loro genitrici sono troppo pigre per sostenere. un database fatto a immagine dei suoi spiati.
questo è un appello a tutte quelle teste di merda che insozzano walls di persone che furono, come fosse una prassi comune, scagliando banalità & cliché su una bacheca che andrebbe abolita per decreto legge, solo per dire, io c'ero, o ti conoscevo, guardami guardami anzi guardatemi tu sei bella & pura e per questo andrai in paradiso e anch'io ci andrò perché ho detto che tu ci andrai, e m'han visto tutti che l'ho detto, gesù e tutti gli apostoli che hai fra gli amici.
la decenza è un'utopia, quando i paladini del protagonismo fanno del privato pubblico, dell'intimo l'indecente. tutti prostitute di una tendenza aberrante che vi rende ridicoli agli occhi dei più, presi per il culo pure da giornalisti che al posto di pubblicare il ddl bavaglio sulla prima pagina schiaffano il kick off dei mondiali.
spero che nell'arco di 30 anni riusciate anche a scopare grazie a internet, e magari cagare la vostra merda altrove grazie al multitasking.
niente è più vero di ciò che non viene detto.

mercoledì 3 febbraio 2010

psicologia di massa


l'altro giorno stavo sognando (era un pomeriggio a dire il vero e io dormo sempre di pomeriggio, forse perché all'asilo all'ora del riposo non riposavo mai ma passavo il tempo a pensare se a partorire fossero gli uomini le donne o le cicogne, o forse è solo una scusa perché ho la serotonina bassa e mi sento sempre stanco)
l'altro pomeriggio dunque stavo sognando che eravamo noi di vecchia data in mezzo alla strada di un gaio paesello di montagna, e fra chiacchiere & sorrisi avevamo tutti all'unanimità preso la decisione di suicidarci. per quanto approvassi a pieno il proposito lodandone l'originalità, sorseggiando la mia doppio malto si stava delineando piano piano un pensiero che però appresi a pieno solo più tardi. consapevoli tutti che non eravamo lemmings e che di un suicidio di massa non se ne parlava neanche, decidemmo che ci saremmo congedati uno per uno, solamente quando ce la saremmo sentita. io insomma bello stronzo quale ero la tiravo un po' per le lunghe con 'sta birra, mentre vedevo voi tutti uno dopo l'altro avviarvi verso quella che era la vosta fine, o l'inizio insomma, a seconda se si è conservatori o avanguardisti. alleggiava una bella & frizzante aria natalizia, quando improvvisamente mi ritrovai da solo, in senso letterale e metaforico assieme, una condizione dunque tutto sommato molto rara. e mentre vedevo in lontananza scomparire l'ultimo di voi mi resi conto che in effetti non era poi una decisione così originale, poggiai la birra e decisi di non uccidermi, incominciando a girare per il gaio paesello di montagna col sorriso di un infante e il fare di un sopravvissuto, quando in realtà non ero mai morto. che bello tutto pensavo, gli addobbi natalizi gli ubriachi impressionisti le fighe sempre in vista. certo mi spiaceva per voi che mai più avreste abbracciato certi paesaggi, tuttavia ero forse più contento di poterlo ancora fare io, delegandomi l'ufficio di raccontarvelo una volta che la fine, quella naturale, fosse giunta anche per me. ed ecco che a un certo punto dall'orizzonte alberato ricomparite voi tutti, scendendo giù pel paesello e cantando al vento un gaio ritornello, per passare accanto a me senza quasi notarmi. se non fosse che, attonito non capisco se più per i sensi di colpa o per la fiducia tradita, esclamo un sonoro "MA...?"
e la bionda, che sarebbe la genoana, rivolti sguardi interrogativi nei confronti della ciurma che l'accompagnava, abbaia
"Non credevi mica facessimo sul serio?"
dunque: apparte che siete dei belli stronzi a vendere sogni facili a creduloni come il sottoscritto, procediamo a un'analisi freudiana, che è uno che mi sta molto inviso perchè con tutte le strisce che s'è fatto insomma, i miei figli con lui a spasso non ce li manderei:
sognare il suicidio di amici slash porsone a sè strette significa una sostanziale sfiducia nel proseguimento di suddetta amicizia
ora, io non posso tagliare i rapporti con più di 1/2 di 1000 persone solo perchè l'ha detto uno che prescriveva la bamba ai suoi pazienti, che sarebbe un peccato perché mi state molto simpatici e ho passato degli esilaranti momenti con voi
tuttavia si converrà sul fatto che una simile epifania non è da considerarsi sogno normale: vi è pure la beffa, oltre il danno, ovvero che m'avete fatto perdere del tempo a tirarla lunga con questa birra che me ne potevo ordinare ben due che c'è lo sconto clienti abituali
quindi, sebbene io sia l'infame della situazione, sappiate cortesemente annunciare i vostri intenti preventivamente, che si risparmiano soldi & tempo & pazienza nel redarre simile oscenità

domenica 29 novembre 2009

c'è vita prima della morte


- Il tè è pronto, John.
- Ma sono le cinque, Mary.
- E’ il tè delle cinque, John.
- Ma solo i continentali pensano che noi prendiamo il tè alle cinque, Mary.
- Mi sto adeguando all’opinione media come aveva previsto Nietzsche, John.
- Sei troppo originale, Mary.
- Com’è andata al lavoro, John?
- Una noia mortale, Mary.
- Come sempre, John
- Come sempre, Mary.

Pausa.

- Hai sentito del nostro primogenito, John?
- Una vera vergogna, Mary.
- Taccheggio da Tesco, che disonore, John.
- Una vera vergogna, Mary.
- Arresti domiciliari, John.
- Una vera vergogna, Mary.
- Che cos’hai, John?
- Sto morendo di autocombustione, Mary.
- Che disdetta, John. Oh, sta rincominciando a piovere, John.

Il tè viene consumato.

- Hai sentito che è fallita la General Motors, John?
- Sì. Mary.
- Avevi investito tutto sulla General Motors, John.
- C’è sempre la casa nel Devon di mia madre, Mary.
- Che fine ha fatto tuta madre, John?
- E’ morta ieri, Mary.
- Che disgrazia. Il tè si sta raffreddando, John.
- Il tè caldo è da champagne socialist, Mary.
- Hai ragione, John.
- Siamo troppo originali per bere il tè caldo, Mary.

Il camino scoppietta.

- E’ bello vivere a Londra, John.
- Già, Mary.
- D’altro canto se sei stanco di Londra, sei stanco della vita, John.
- Parole sante, Mary.
- Fuori il cielo è grigio come le persone di questa città, John.
- Siamo troppo originali, Mary.
- Nessuno ci capisce, John.
- Nessuno, Mary.
- Sette miliardi di persone e nessuno ci capisce, John.
- Siamo troppo originali, Mary.
- E’ tutto così posh qui a Chelsea, John.
- Se sei stanca di Chelsea, sei stanca della vita, Mary.
- Già, John.
- Sta uscendo il sole, Mary.
- Alla radio hanno detto che avrebbe piovuto tutto il giorno, John.
- Il tempo si sarà sbagliato, Mary.
- Sarebbe uno scandalo per la BBC, John.
- Infatti sta rincominciando a piovere, Mary.
- Che bella chiacchierata, John.
- Una chiacchierata originale, Mary.
- Sono tutta calda, facciamo l’amore, John?
- E’ una giornata troppo bella per fare l’amore, Mary.
- Hai ragione, John. Andiamo a potare i fiori, John?
- Non c’è giornata migliore di questa per potare i fiori, Mary.
- Nessuno capisce quant’è bello potare i fiori in una giornata come questa, John.
- Siamo troppo originali, Mary.

Rientrano.

- Mi sto annoiando a morte, John.
- Il divertimento è per mentecatti, Mary.
- Io voglio scopare, John.
- Cos’hai detto, Mary?
- Ho detto che voglio godere, John.
- Il godimento è inversamente proporzionale all’intelligenza, Mary.
- Hai ragione, John.
- Siamo toppo originali per godere, Mary.
- Nessuno ci capisce, John.
- Meglio rimanere da soli, Mary.
- D’altra parte nella tomba c’è posto per uno solo, John.
- Il trionfo dell’originalità, Mary.
- Vuoi un altro po’ di tè, John?
- Sì, ma non troppo caldo Mary, che il tè caldo è da..
- Lo so, John.

dove fioriscono i limoni

162 voti favorevoli, 134 contrari e 3 astenuti. I tre astenuti, si dice per onestà intellettuale, non hanno fatto in tempo a premere il tasto votante, né gli sono venuti in aiuto i pianisti: stavano controllando la profondità del proprio portafoglio. Un paio di calcoli, una manciata di previsioni sulla propria dichiarazione dei redditi. Un figlio metalmeccanico, di certo, non è gradito.
E mentre il ministro dell’istruzione riceve baci, abbracci e palpate su un culo che bene o male si mostra ancora allettante, fuori il “futuro del paese” si picchia, le ideologie rinascono dalle proprie ceneri. Davanti agli occhi compiaciuti di una Playmobil che per aver reso il servigio dell’omertà potrà permettersi Disney Channel per il Santo Natale.
Sembrerebbe, chessò, un romanzo di Asimov, o di Wells, che si legge mentre fuori piove e tutto tace e davanti alla tazza di thè si esclama “che fantasia questo perbacco”, ringraziando Iddio di essere nel XX secolo, lontani da Gloria Gaynor, il capello cotonato, Hitler, gli ebrei, la disco music e i dittatoriali sogni di onnipotenza. Moni Ovadia, nei suoi famosi coup de theatre esclamò “quando vivevamo ai tempi del comunismo non sapevamo di vivere ai tempi del comunismo”. Moni, ne sai una più del diavolo, che, a questo punto, veste Pravda.
Negli anni ’60, mentre si ballava il twist e la coda per vedere “Il sorpasso” arrivava fino al proprio pianerottolo, il tanfo dell’ignoranza era molto, troppo. Ma era una vergogna, una macchia da estirpare. Il compagno di banco che veniva da Lainate aveva voti straordinariamente alti, misero provincialotto, perché da lui, nella sua Italia dei campanili, studiare era un privilegio, il dono di un padre che con buona probabilità pensava Pericle fosse un suo lontano parente, pace all’anima sua. Il compagno secchione era il modello da seguire, “avrà sicuramente delle conoscenze buone Gennà” diceva il padre al figlio di Lainate, sottintendo, certo, un mondo di favoreggiamenti, ma favoreggiamenti che sapevano di mazzette d’impegno, e non di filigrana. Durante una lezione di linguistica generale l’esimio professore chiede “stiamo forse tenendo un discorso?” – “no” rispondono sicuri gli studenti – “e cosa dunque?”, e prende parola una persona che conosco bene, che poi sarei io, chiedendo “si potrebbe parlare di dialogo socratico?” e l’aula diventa un vociferare unico, e occhiate sommesse, e bisbigli come “secchia” o “ma chi cazzo è quello, annamo a parlà di Roberto del gf”. E’ una dittatura dell’alzata di mano, in cui chi sa preferisce abbandonare il proposito, e chi non sa se ne pavoneggia, sperando in una pacca dei compagni ridenti, “l’hai detta proprio grossa amico”, mentre la sua autostima cresce esponenzialmente. Il (bel?) paese regala emozioni culturali forti, e mentre negli Uffizi i turisti svengono per un’eccessiva concentrazione di capolavori per metro quadrato (sindrome di Stendhal), a Roma le guide turistiche chiamano il Laocoonte “Lancôme”, strappando applausi in mezzo all’ilarità generale.
Il fatto non puzza, purtroppo, a nessuno, e chi solo ne accenna riceve sguardi di sufficienza. La vista corta è un mal comune: si finisce la maturità e tutti giù a bere per quindici giorni, asciugandosi la fronte dal sudore del pericolo ormai lontano, senza riuscire a superare i confini dell’utile immediato. Quello che c’è a settembre, d’altra parte, rimarrà a settembre. Se rimarrà.
La scuola della serietà è servita, parola di una Mariastella dagli occhiali che ricordano forse più la Jessica Rizzo nei suoi tempi migliori che Margherita Hack. E’ stata scelta per tappare dei buchi, anatomicamente quali non è chiaro ma s’intuisce, un prestafaccia da un miliardo e mezzo che sta ricevendo più attenzioni di quel che merita. Il depistage, è risaputo, ha sempre dato ottimi frutti.
Il piano, almeno nella mente del Mandante, è cristallino: l’istruzione è l’unico settore ancora in mano alla sinistra, e d’alto canto solo un nostalgico marxista è così pirla da patire le barbarie degli studenti per una paga da postino. Kasparov non avrebbe saputo fare scacco migliore; da Casa Pound alla finanziaria approvata mentre gli italiani bevevano Mojito accarezzati da puttane cingalesi, i conti, a ben vedere, non tornano. Negli Stati Uniti le Università chiedono in media 40000 euro l’anno, per poi vomitare la crème della crème, in definitiva i filantropi Rotchild e i generosi Murdoch, mentre un texano dal cappello di paglia non sa trovare la Gran Bretagna sul mappamondo e vota indiscriminatamente McCain perché “Obama is a nigga”.
Per l’Uomo “tecnicamente immortale” come ebbe a dire il suo medico, il delirio di un impero dove non tramonta mai il sole nasce proprio da qui, dalla Beata Ignoranza che ora tutti osannano ma da cui tutti, per ora, si dissociano.
Una Beata Ignoranza che finalmente, almeno per un uomo, renderà questo paese più docile.
E luce fu.

venerdì 16 ottobre 2009

milano piange

Armando Brena si sedette nella sua camera. Una topaia da 900 euro al mese, che se pisci senza prendere la mira finisci per inondare il tappeto dei vicini. Era molto stanco. Lavorava come spazzino.
“Lo spazzino vien vicino e ci pulisce il pisellino” – gli cantavano dei ragazzacci degni di copertina su Zarella 2000. Lavorava di notte, in penombra, e questo gli piaceva molto. Gli piaceva osservare le fighette imbaccuccate come un confetto dell’Easter day tornare dalle discoteche, a bordo di macchine lussuosissime e in compagnia di maschi arrapatissimi. Poveracci, pensava, credono di trovare donne che li apprezzino per ciò che sono, e invece non fanno altro che masturbarsi all’idea di un rolex platinato oro tredicimila carati. Io invece, un orgoglio ce l’ho, vero Matilde?
Così aveva battezzato la sua scopa. Negli ultimi tempi si era messo a parlare con gli oggetti. Non era pazzo, era solo. E poi quella scopa, Matilde, era il suo attrezzo del mestiere, senza la quale sarebbe dovuto andare a vendere il culo su un qualche violone prossimo alla tangenziale. Ma chi l’avrebbe voluto, quel culo – solo un pervertito amante del colesterolo alto. Fra un pò anche la sella della sua bicicletta “Bella Italia” avrebbe incominciato a dare segni di cedimento.

Voleva suicidarsi.
La bellezza non l'aveva mai sfiorata in vita sua, certo era andato a sfondare una qualche puttana sotto casa sua, qualche volta. Ma anche quelle praticatrici del mestiere più antico del mondo lo guardavano con disgusto: in faccia aveva un campo minato, la bocca cariata sempre piena di qualche puttanata alcolica, un metro e cinquantasette per quantitativi immensi di bruttezza. A lui, Afrodite, non l'aveva proprio cagato di striscio. Ebbene, Armando questa volta si sarebbe preso la sua rivincita.
Buttò giù il quarto bicchiere di rosso, un vinaccio che aveva preso mezz'ora prima dal suo amico Alfredo al piano di sotto. Con lui ci stava volentieri. Col vino, s'intende.
Si alzò barcollando e si diresse in bagno, a dare un'ultima carezza a quel viso che (per fortuna!) avrebbe abbandonato per sempre. Il colesterolo era così festaiolo nel suo corpo che Armando a volte faceva fatica a passare dalle porte.
Si piazzò davanti allo specchio.
Era veramente brutto. Un doppio mento faceva da pendànt a un gozzo grande quanto una palla da baseball, gli occhi infossati e con i capillari bene in vista. Sulla testa aveva tre capelli che avrebbero fatto invidia a Homer Simpson, e in modo poco furbo li teneva a mo’ di riporto.
"Ma tagliateli del tutto che fai prima!" gli urlava sempre la moglie.
Ma tanto la moglie lo aveva abbandonato. Come si abbandonano i cani per strada quando hanno rotto i coglioni, o buttato un giornale dopo aver letto la pagina meteo.
Il secondo paragone gli piaceva di più.

Uscì dal bagno e spense la luce. Sorrise di quel suo gesto, tanto la bolletta adesso chi l'avrebbe pagata, il suo amico immaginario?

Accese la tivù, voleva essere partecipe della vita telematica per un’ultima volta. Vide Biscardi sgolarsi e sputare saliva su un poveretto che aveva osato contraddirlo.

-Stronzo! – urlò – Io son qui che mi spacco la schiena e tu idolatrato dalle ultracinquantenni!
Lanciò con violenza il bicchiere ancora pieno contro lo schermo, che lacrimò di rosso e si crepò proprio in mezzo, riproducendo la stessa immagine in varie parti del televisore. Biscardi adesso non era uno, ma dieci: dieci bocche che si sgolavano, migliaia di gocce di saliva enzimatica contribuirono a far saltare i nervi al povero Armando ancora di più.
Invecchiando era diventato nevrotico. A volte s’incazzava se il nodo alle scarpe non era perfettamente simmetrico, il che lo fece preoccupare un po’. Decise di mettere da parte un po’ di soldi e andare da uno strizzacervelli. Questo aveva predetto che entro breve Armando sarebbe diventato schizofrenico, con uno sdoppiamento di personalità che l’avrebbe fatto diventare compagno di merende di Jack lo Squartatore. La paga di metà mese era andata a puttane per uno che aveva manie profetiche. Così torno a incazzarsi coi lacci delle scarpe.
Potrei andare a fare visita a Natasha, darle l’estremo saluto.
Natasha era un nome più che azzeccato per una prostituta. Era l’unica a non fare smorfie quando Armando accostava la sua Panda al bordo della strada. D’altra parte, Afrodite aveva segnato con una x pure la sua di esistenza, e così “ venti la bocca, cinquanta l’amore”. Lo vendeva, il suo amore. Che male c’era.
Armando ripensò al suo proposito. Il vino di cui s’ingozzava tutti i giorni avevano reso il suo Pipino ( aveva battezzato pure lui, a maggior ragione) meno attivo di un eroinomane sotto dose. Se avesse fatto una figura di merda anche con una baldracca, si sarebbe schiantato con Natasha e la sua Panda e compagnia bella contro un muro. Però era buono Armando, non voleva avere il peso di altre morti nell’Aldilà. La salutò col pensiero.
Sospirò, ma non riuscì a inspirare aria sufficiente e incominciò a girargli la testa.
Aprì la finestra.

Voleva morire così, planando come una colomba. Ripensare a tutte le bastardate subite in tutta la sua vita e schiantarsi al suolo senza rimpianti, il miglior proposito per il 2007.
Faceva freddo quella sera. Era gennaio, per l’amor del Cielo, e stava pure incominciando a nevicare. Però si respirava aria insolitamente buona per quella città che si faceva in endovena di monossido di carbonio.
Giù la strada non c’è nessuno. Meglio, chi cazzo la voleva una mozzarella di 120 chili spiattellata in mezzo al marciapiede? Il cornicione, se avesse avuto un’anima, avrebbe pregato. Dei cristiani, pagani, musulmani, tutti, gli stessi che Armando in quel momento stava maledicendo.
Era un politesista, religione di comodo se qualcosa ti andava storto.
Si buttò. Salutò l’undicesimo piano e l’accelerazione di gravità incominciò a fare il suo dovere. Con lui poi, che con il suo peso godeva di attrazione gravitazionale propria, avrebbe fatto fare i salti di gioia a Newton.
Ma la sua mente si svuotò. Non riusciva a pensare ai suoi compagni delle medie che gli urinavano nella cartella, a sua moglie, ai figli che non ha mai avuto, a nulla.
Solo la neve che gli accarezzava i brufoli e lo salutava con le punte geometriche.
Bye bye, Armando. Cadeva, cadeva e raggiunse velicità folle, quando il battito cardiaco cessò e tutto il sangue gli andò alla testa.
Evidentemente in quel momento il suo cervello aveva bisogno di più globuli rossi perché, a dieci metri dal suolo

Sì sì, a un tiro di biglia
Armando realizzò
che la cosa più bella era vivere.
Il suo corpo si schiantò al suolo e la testa si deformò assumendo le sembianze di un origami venuto su male. La colonna vertebrale si spezzò in più punti e una vertebra bucò l’aorta, facendo uscire a fiotti il sangue, che sporcò la vicina vetrina di D&G e macchiò l’asfalto.
La sveglia suonò. Armando si rigirò nel letto.
Era un po’ di tempo che faceva quel brutto sogno.